Zen

Cos’è lo zen? Per accostarsi in maniera corretta alla pittura zen è essenziale fare chiarezza su questo termine. Illuminanti come poche sono le osservazioni di uno dei più autorevoli studiosi in materia, Alan Watts.
Lo zen, scrive Watts, non è assimilabile ad alcuna categoria formale occidentale, non è una religione, né una corrente filosofica, sfugge a definizioni ed è, piuttosto, da intendersi come una ‘via di liberazione’.
E’ questo anche il punto di vista che sottende le iniziative proposte dal Centro Tomoe, esse sono, infatti, rivolte a tutti coloro che intendono migliorare il proprio benessere personale, indipendentemente dai diversi convincimenti in ambito di spiritualità.
Dal punto di vista etimologico, zen corrisponde alla pronuncia giapponese del termine cinese ch’an, che a sua volta deriva dal termine sanscrito dhyana, e significa meditazione.
Qual è, dunque, l’oggetto della meditazione zen? Paradossalmente, nessuno. Quest’affermazione si chiarisce in considerazione delle origini e dello sviluppo dello zen. Quando si dice zen si sottintende buddhismo zen. Lo zen, tuttavia, rilegge la tradizione buddhista con una libertà tale da esser definito da alcuni addirittura una forma di ‘antibuddhismo’. Da tale singolare posizione deriva, appunto, l’assenza di un oggetto di meditazione.
La sequenza dei termini dhyana, ch’an, zen ci indica la trasmigrazione compiuta dal pensiero buddhista che dà origine allo zen: dall’India alla Cina e, passando per la Korea (sòn), fino al Giappone. Come noto, il buddhismo origina nel VI secolo a.C. in India, dall’esperienza di vita e dall’esempio di Siddharta Gautama, il cosiddetto Buddha storico. In Giappone si diffonde nel VI secolo d.C., dunque con un considerevole scarto temporale. Per dare un’idea delle profonde differenze con il punto di vista indiano basti qui ricordare come venga narrata secondo lo zen la prima trasmissione dei princìpi del buddhismo. Secondo il canone pali, Siddharta dopo aver a lungo meditato e aver raggiunto l’illuminazione o sia la consapevolezza della possibilità di liberazione dalla sofferenza indotta dal circolo vizioso dei desideri, si recò a Benares, espose pubblicamente la dottrina delle Quattro Nobili Verità e indicò nell’Ottuplice Sentiero una serie di precetti da seguire per porre fine dell’auto-frustrazione. Secondo lo zen, invece, Siddharta -raggiunta l’illuminazione- comunicò al proprio maggior discepolo la consapevolezza del risveglio limitandosi a sollevare in silenzio un fiore.
In Cina, dove si diffonde fin dal I sec d.C. il buddhismo subisce la profonda influenza del Taoismo, pensiero antichissimo la definizione storica del quale è associata alla personalità di Lao-tzu. Il tao o la via di liberazione è secondo tale pensiero raggiungibile unicamente per via intuitiva. Il divino è lasciato indefinito. “Il Tao è nera lacca”: imperscrutabile e concreto al tempo stesso; indefinito, ma alla portata della comprensione di tutti qualora si abbandoni la speculazione concettuale; accessibile in qualsiasi istante qualora si manchi dell’intenzionalità di esserne parte.
Il principio del Tao, la spontaneità, costituisce l’essenza della visione buddhista Ch’an che fiorisce in particolare sotto la dinastia Tang (618-907). Da Cina e Korea si diffonderà in Giappone attorno il XII secolo. Due le principali scuole zen che si affermano in Giappone. La scuola Soto dedita principalmente alla pratica della meditazione seduta (za-zen) e la Scuola Rinzai, che sottolinea la vacuità della parola tramite improbabili quesiti e altrettanto improbabili risposte (koan).
L’illuminazione o, più semplicemente, una più elevata consapevolezza dell’esistere oltre i meri aspetti materiali, non può dunque che accadere spontaneamente, lungo vie privilegiate.
La pittura, nella concezione zen, è appunto una di tali vie.